I primi nuclei Partigiani

Partigiani Ca' di Malanca

Dopo l’8 settembre

I primi tentativi di organizzare la Resistenza, e di formare nuclei partigiani, nelle colline e montagne del faentino-imolese, partirono dall’incontro degli antifascisti usciti dalle carceri e tornati dal confino con i reduci della guerra civile di Spagna e con i giovani che non volevano essere arruolati nella Repubblica di Salò.

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La Lotta di Liberazione nell’Appennino faentino-imolese

Dopo l’8 settembre

Dall’incontro degli antifascisti usciti dalle carceri e tornati dal confino, dei reduci della guerra civile di Spagna, con i giovani che non volevano essere arruolati nella Repubblica di Salò, partirono i primi tentativi di organizzare la Resistenza nelle nostre colline e montagne.

Tutti questi generosi tentativi incontrarono molte difficoltà nell’inverno 1943-1944.

Iniziò così una nuova fase di riorganizzazione delle forze partigiane. Nell’alto imolese, con la nascita del primo nucleo dal quale successivamente sarebbe nata la 36a Brigata Garibaldi. Nell’Appennino faentino, con la ricostituzione del gruppo di Silvio Corbari e con la nascita del distaccamento “Celso Strocchi” nel brisighellese, guidato da Sesto Liverani.

La Linea Gotica

Tutte le azioni partigiane si svolsero alle spalle delle forze tedesche schierate sulla Linea Gotica, che tagliava in due l’Italia, dal Tirreno all’Adriatico, attraversando gran parte della dorsale dell’Appennino emiliano-romagnolo. Bloccherà per otto mesi l’avanzata delle truppe alleate.

L’attacco degli Alleati alla Linea Gotica fu sferrato la notte del 12 settembre 1944.

Dopo la conquista di monte Battaglia, furono liberate le città di Forlì, Ravenna e Faenza, poi l’avanzata degli Alleati si fermò sul fiume Senio e riprese  fino all’insurrezione generale del 25 aprile 1945 proclamata dal CNL e la firma ufficiale della resa tedesca in Italia avvenuta il 2 maggio.

L’imboscata di Casetta di Tiara

Pesatura del grano a Campo Ripaldi di Casetta di Tiara (agosto)

Nei primi giorni di maggio a Casetta di Tiara i nazifascisti intercettarono una squadra isolata di otto partigiani che rientrava da una azione. Era guidata da Giovanni Nardi “Caio”, uno dei capi della 36a Brigata Garibaldi.

Fu completamente annientata e furono inoltre trucidati alcuni contadini della zona per l’appoggio dato ai partigiani.

La morte di Bruno Neri e Vittorio Bellenghi

Bruno Neri
Bruno Neri

Il 10 luglio, a Gamogna, caddero sotto i colpi di una pattuglia tedesca Vittorio Bellenghi e Bruno Neri. Questi erano rispettivamente comandante e vice-comandante di una quarantina di partigiani, che erano diretti sul Monte Lavane. Qui era previsto un aviolancio di materiali bellici.

La loro morte interruppe il progetto di costituire una formazione partigiana faentina denominata “Battaglione Ravenna”. I componenti del Battaglione confluirono pertanto nella 36a Brigata Garibaldi conservandone il nome e il comando fu assunto da Ivo Mazzanti, con Gino Monti nel ruolo di commissario.

La rappresaglia nazi-fascista di Crespino

Negli stessi giorni della battaglia del Monte Lavane, a Crespino, nei pressi del Passo della Colla, un reparto tedesco delle SS mise in atto una terribile rappresaglia. Furono uccisi quarantaquattro civili, di cui tre donne, radunati nel corso di rastrellamenti effettuati casa per casa.

Questa strategia, attuata scientificamente dai nazifascisti allo scopo di terrorizzare le popolazioni civili e isolare le formazioni partigiane, veniva applicata in molte situazioni.

I militari circondarono il Borgo e rastrellarono le case coloniche dei dintorni, mentre era in corso la mietitura del grano. Prelevarono intere famiglie e fucilarono immediatamente molti adulti, compreso il parroco. Nell’immediato dopoguerra il nuovo parroco di Crespino, Don Piazza, che aveva fatto parte del Battaglione Corbari, si adoperò per fare costruire il Sacrario dei Caduti.

L’assalto a Cà Cornio

Il 18 agosto 1944 una squadra di militi fascisti e soldati tedeschi, informati da una spiata, accerchiarono e assaltarono Cà Cornio vicino a San Valentino di Tredozio dove si trovavano di passaggio Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli e Iris Versari. Il primo tedesco che si affacciò nella stanza dove si trovavano i partigiani, fu freddato immediatamente da Iris Versari la quale poi, con incredibile fermezza, si uccise.

Gli altri tre partigiani tentarono di rompere l’accerchiamento lanciandosi lungo il ripido pendio dietro casa, a picco sul fianco della montagna. Arturo Spazzoli fu colpito in pieno da una raffica, Silvio Corbari si ferì cadendo dal dirupo e Adriano Casadei si lasciò catturare per restare accanto ai suoi compagni. Furono portati a Castrocaro, dove Corbari e Casadei ancora vivi, furono impiccati sotto il loggiato. Poi, nel pomeriggio dello stesso giorno, i corpi dei quattro partigiani furono crudelmente appesi ai lampioni di Piazza Saffi a Forlì.

I cinque giorni di scontri nella valle del torrente Rovigo

Dal 9 al 13 agosto 1944 i tedeschi tentarono un attacco in grande stile alla 36a Brigata Garibaldi convergendo dal versante toscano, dal Senio e dal Santerno. Le compagnie partigiane guidate da Luigi Tinti “Bob”, che aveva assunto il comando della Brigata stessa, seppero tenere testa agli assalti con una tattica basata sui rapidi spostamenti.

L’11 agosto una compagnia di una settantina di partigiani, guidata da Guerrino De Giovanni, tese un’imboscata ad un battaglione di fanteria tedesca a Capanna Marcone, nell’area tra i passi della Colla e della Sambuca, infliggendo una pesante sconfitta con decine di morti e feriti. Dopo quei cinque giorni di combattimenti, la 36a Brigata Garibaldi decise di abbandonare la valle del Rovigo e di spostarsi nella valle del Sintria, posizionandosi tra il monte Pianaccino, Fornazzano e Val di Fusa. Il comando fu posto al centro della zona a Molino Boldrino.

Comandanti a Mulino Boldrino
Comandanti a Mulino Boldrino, 1944

La battaglia di Castagno

Il 13 settembre alcune compagnie furono nuovamente impegnate in un duro scontro con i tedeschi, in quella che poi fu chiamata la “Battaglia di Castagno”. I tedeschi e i reparti fascisti italiani, circa duecentocinquanta militari, attaccarono i crinali di Monte Pianaccino, ma i partigiani risposero con un intenso fuoco di mitragliatrici e costrinsero gli assalitori a fermarsi. Questi, sorpresi dall’inaspettata reazione, si sbandarono e iniziarono a ritirarsi, addirittura abbandonando le armi, inseguiti dai partigiani fino sulla Casolana e sul Senio.

La conquista di Monte Battaglia

A Monte Battaglia dal 23 settembre 1944 ai primi di ottobre si svolse uno dei più cruenti scontri militari del fronte italiano.

Il Terzo Battaglione della 36.a Brigata Garibaldi, formato da poco più di trecento partigiani guidati da Carlo Nicoli, contese per alcuni giorni ai tedeschi una vasta area attorno a Monte Battaglia e difese vittoriosamente la conquista di Monte Cappello e di Monte Carnevale. I partigiani inflissero notevoli perdite al nemico costretto a risalire allo scoperto i pendii che allora erano privi di vegetazione. Dopo innumerevoli scontri, affiancando i reparti americani con cui si erano congiunti, consolidarono le posizioni. Gli americani a questo punto, ritenendo ormai concluso lo scontro, ordinarono ai partigiani di ritirarsi nelle retrovie e, addirittura, di deporre le armi. I partigiani ebbero undici morti e numerosi feriti. I tedeschi, invece, concentrarono altre truppe e per tre giorni la battaglia si trasformò in una carneficina: Monte Battaglia fu preso e perduto otto volte e ci furono circa quattromila tra morti e feriti delle due parti. Uno scontro paragonabile a quello di monte Cassino.

Monte Cece

Quasi contemporaneamente, sulle alture contrapposte del versante di destra della valle del Senio, gli inglesi furono impegnati in un duro scontro con i tedeschi per la conquista dell’importante quota militare di monte Cece. Lo scontro fu durissimo e si protrasse per quasi due settimane in condizioni difficilissime, portando a oltre settecento i morti, i dispersi e i feriti solo di parte britannica.

I tre giorni di Purocielo

Nella valle Rio di Co’ tra Purocielo e Ca’ di Malanca si erano posizionati il Secondo Battaglione e il Quarto Battaglione della 36.a Brigata Garibaldi, comandati da Luigi Tinti con circa settecento partigiani suddivisi in dodici compagnie.

Di fronte agli sviluppi degli eventi bellici, che coincisero purtroppo con il progressivo rallentamento dell’avanzata degli Alleati, il comando partigiano decise di tentare lo sfondamento delle linee tedesche per congiungersi agli inglesi, attaccando in direzione di Fornazzano.

Il mattino del 10 ottobre, partendo da Ca’ di Malanca, i partigiani attaccarono le linee nemiche, ma attorno a monte Vigo furono respinti dalle difese tedeschi. Le compagnie della 36.a abbandonarono Ca’ di Malanca e si attestarono sul crinale in direzione della Torre di Calamello, nell’area di monte Colombo e nelle case situate nella parte bassa della valle verso la Chiesa di Purocielo.

Proprio da quella direzione, all’alba dell’11 ottobre i tedeschi, muovendo da Purocielo, attaccarono Ca’ di Gostino dove aveva sede il Comando partigiano. Caddero il comandante del Secondo Battaglione Ivo Mazzanti e diversi altri componenti del Comando. I partigiani superstiti, guidati da Luigi Tinti “Bob” si sottrassero dall’attacco. La battaglia si sviluppò per tutta la giornata e grazie anche alla strenua difesa e al sacrificio delle squadre partigiane posizionate sul Monte Colombo, la maggior parte dei partigiani riuscì ad attraversare il Rio di Cò e a raggiungere Poggio Termine di Sopra, dove era presente anche l’infermeria.

Dalle postazioni del crinale della Torre di Calamello e da Poggio Termine, nella notte e nella giornata del 12 ottobre venne organizzata una valida difesa, respingendo con successo gli assalti tedeschi. Nella notte successiva, dopo avere ricompattato le compagnie con circa seicento partigiani, il Comando della Brigata iniziò una difficile manovra di sganciamento verso la Chiesa di Cavina.

Con la collaborazione dei partigiani della Brigata “Celso Strocchi” guidati da Sesto Liverani venne organizzato il trasferimento dell’intera formazione, marciando di notte per tre giorni verso le linee alleate – attraversando le Valli del Lamone, dell’Acerreta e del Tramazzo – durante il quali rimase ucciso uno dei comandanti, Andrea Gualandi “Bruno”. Gli inglesi li accolsero e, dopo averli disarmati, li trasferirono a Firenze in un centro di raccolta. Nella battaglia di Purocielo morirono cinquantasette partigiani e altissime furono le perdite tra le truppe tedesche.

Purtroppo, per i feriti in battaglia e per il personale medico e infermieristico che si occupava di loro nella canonica della Chiesa di Cavina adibita ad infermeria, la tragedia doveva ancora cominciare. I sei feriti non trasportabili non poterono seguire gli altri e gli infermieri, quattro uomini e una donna restarono con loro. Furono fatti prigionieri dai tedeschi e trasportati nell’Ospedale di Brisighella, escluso un tenente medico austriaco ucciso sul posto. Qualche giorno dopo, tuttavia, furono prelevati dagli uomini delle Brigate Nere di Faenza che li portarono nella Villa di San Prospero, dove li torturano a lungo. Poi, condotti a Bologna nel Poligono di tiro, furono fucilati. Tra questi, Nino Bordini di Faenza e Teodosio Toni di Solarolo. Una ragazza infermiera, Laura Guazzaloca, fu invece internata a Fossoli, dove morì di stenti poche settimane dopo.

L’assedio di Cà di Guzzo

Due compagnie del Primo Battaglione della 36.a Brigata Garibaldi, che rientravano da una azione a Monterenzio, sostarono a Ca’ di Guzzo e a Ca’ di Giulio nella valle del Sillaro. I tedeschi negli stessi giorni stavano cercando di riorganizzare una nuova linea difensiva. La notte tra il 26 e il 27 settembre 1944 un loro reparto, in ritirata dal passo della Raticosa, circondò i partigiani a Ca’ di Guzzo. Cinquantadue partigiani furono attaccati da oltre duecento tedeschi. L’assedio durò tutta la notte con scontri ravvicinati e i partigiani risposero con armi leggere e bombe a mano. Ormai stremati e a corto di munizioni, nel primo mattino sotto una fitta pioggia e nella nebbia, gli assediati tentarono il tutto per tutto e, aiutati dalla compagnia di Ca’ di Giulio, riuscirono a rompere l’assedio pagando però un prezzo altissimo in vite umane.

Nello scontro morirono trentadue partigiani e quattro civili sfollati presenti nella casa. In un comunicato gli Alleati esaltarono l’eroismo dei partigiani e valutarono che i tedeschi avessero perso almeno centoquaranta uomini.

I tedeschi catturarono anche l’alpino Gianni Palmieri, studente bolognese di medicina, che era aggregato all’infermeria della Brigata e prestava le cure ai feriti. Lo portarono alle Piane per curare i loro feriti e finita l’opera di assistenza, lo fucilarono. A Palmieri fu assegnata la medaglia d’oro alla memoria ed a lui come martire alpino è intitolato il rifugio della Croda da Lago a Cortina d’Ampezzo.

Dopo Ca’ di Malanca e Monte di Battaglia

La 36a Brigata Garibaldi non si sciolse. Il 7 novembre i partigiani riuniti al Centro Raccolta di Firenze aderirono alla costituzione di una Brigata di lavoro (Alf Partisan) che in dicembre verrà dislocata a Palazzuolo sul Senio per occuparsi dei trenta chilometri da Casola a Marradi, servizio che alcuni svolsero fino al termine della guerra. Nel mese di gennaio del 1945 trecento partigiani della 36a furono inquadrati nel gruppo di combattimento “Cremona “. I centocinquanta partigiani del Primo Battaglione di “Libero” rimasero sempre in campo ed operarono a Borgo Tossignano, da dove scesero a Imola in aprile. Un centinaio di partigiani, comandati da “Guerrino” e “Oscar “, si congiunsero agli alleati partecipando alla liberazione di Monterenzio.

No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!

(Giacomo Ulivi, dalla “Lettera agli amici”)